IL CALCIO POSSIBILE — Interviste a presidenti che hanno scelto un’altra strada | Puntata #1

Davide Anelli con Luca Gandini al Centro Sportivo Roberto Rosato, Chieri — gennaio 2021
Con Luca Gandini al Centro Sportivo Roberto Rosato, Chieri — gennaio 2021. Fuori c’era il lockdown. Dentro, la passione per il calcio non si fermava.

Travestiti da dilettanti

Storia di Luca Gandini e del Calcio Chieri 1955

Era gennaio 2021. L’Italia era ferma. Gli stadi erano deserti, le palestre chiuse, i centri sportivi ridotti a silenzi imbarazzanti dove l’eco dei passi sostituiva le urla dei bambini in allenamento. Eppure io ero lì, al Centro Sportivo Roberto Rosato di Chieri, a parlare con un uomo che quegli spazi li aveva costruiti con le proprie mani — e che in quel momento stava guardando il suo progetto perdere quota, mese dopo mese, senza poter fare quasi nulla.

Luca Gandini non è un nome che troverete sui giornali nazionali. Non ha mai vinto uno scudetto, non ha mai allenato campioni, non ha mai fatto mercato milionario. Eppure, nel piccolo universo del calcio dilettantistico piemontese, ha fatto qualcosa che pochi presidenti riescono a fare: ha costruito qualcosa che durava.

Un presidente che aveva capito tutto

Quando Gandini ha preso in mano il Calcio Chieri 1955, la società era una realtà locale come tante — campo, spogliatoi, qualche sponsor del territorio, risultati altalenanti. Quello che ha fatto di diverso è stato smettere di pensare al calcio come a uno sport e iniziare a pensarlo come a un’impresa.

Il Centro Sportivo Roberto Rosato — dedicato a un giovane calciatore chierese scomparso tragicamente — è diventato il cuore pulsante del progetto: 22.000 metri quadrati, quattro campi da calcio, una foresteria, un ristorante, una palestra, prenotazioni online, apertura sette giorni su sette. Non uno stadio. Un ecosistema.

Quel centro non serviva solo al Chieri. Serviva al territorio. Squadre di ogni livello ci allenavano, famiglie ci portavano i figli, aziende ci organizzavano eventi. Era esattamente quello che intendo quando parlo di una società sportiva capace di autofinanziarsi — non aspettando lo sponsor di turno, ma creando valore ogni giorno, indipendentemente dal risultato della domenica.

Sul campo, i risultati erano arrivati: dieci anni consecutivi in Serie D senza mai retrocedere, lo scudetto Juniores nel 2014, la partnership con l’Academy Juventus, il riconoscimento di Scuola Calcio Élite. E poi i progetti sociali — Boots for Africa, il calcio per i disabili — perché Gandini aveva capito che un club radicato nel territorio è un club che il territorio protegge.

Aveva capito tutto. Davvero tutto.

Poi è arrivato il cigno nero

Marzo 2020. Il mondo si ferma.

Il modello del Centro Rosato era costruito sulla presenza fisica. Affitti dei campi, eventi, ristorazione, academy, foresteria — ogni euro entrava perché qualcuno varcava un cancello. Quando i cancelli hanno dovuto chiudersi, le entrate si sono azzerate. Non ridotte. Azzerate.

Quando lo incontrai, a gennaio 2021, erano quasi dieci mesi che quella struttura girava al minimo. E si capiva. Non dalla sua voce — Gandini era ancora lucido, ancora combattivo — ma da quella sensazione sottile che a volte si percepisce parlando con chi sta reggendo un peso enorme cercando di non farlo vedere.

“Il Covid ci ha messo in ginocchio.”

Due anni di entrate perdute su una struttura che richiedeva comunque manutenzione, personale, costi fissi. Un investimento virtuoso colpito da una variabile che nessun business plan poteva prevedere. Il Chieri non sopravvisse. Fu uno dei tanti fallimenti silenziosi che il Covid lasciò dietro di sé nel calcio dilettantistico italiano — senza telecamere, senza titoli di giornale, senza nessuno che si fermasse a capire cosa era andato perduto davvero.

La lezione che nessuno racconta

Sarebbe facile, e sbagliato, leggere la storia di Gandini come una storia di fallimento. Non lo è.

È la storia di un presidente che aveva fatto le cose per bene — struttura, vivaio, radicamento territoriale, diversificazione dei ricavi — e che è stato travolto da qualcosa che non dipendeva da lui. C’è una differenza enorme tra chi fallisce perché sbaglia e chi fallisce perché il mondo cambia in modo imprevedibile.

Ma c’è una domanda che questa storia lascia aperta, e che è diventata una delle domande fisse di questa rubrica:

Quante fonti di ricavo hai quando una si azzera?

Il Centro Rosato dipendeva dalla presenza fisica. Quando quella è venuta meno, non c’era abbastanza sotto per reggere. Un modello di comunicazione digitale strutturato, una community di tifosi fidelizzati, sponsor legati all’identità del club e non solo alla visibilità dello striscione — tutto questo avrebbe potuto fare la differenza. Non salvare tutto, forse. Ma ammortizzare il colpo.

È per questo che parlo di marketing. Non di cartelloni. Non di post Instagram. Di costruire relazioni che reggono anche quando lo stadio è vuoto.

Perché apre questa rubrica

Ho scelto Luca Gandini come prima storia de Il Calcio Possibile non nonostante il finale, ma proprio per quello.

Questa rubrica non racconta favole. Racconta presidenti che hanno scelto una strada diversa — più difficile, più ambiziosa, più onesta. A volte quella strada porta lontano. A volte incontra ostacoli che non si possono prevedere.

Quello che accomuna tutti i presidenti che incontrerò è una cosa sola: hanno pensato al loro club come a qualcosa di più di una squadra di calcio. Hanno pensato a un progetto.

Luca Gandini quel progetto lo aveva costruito davvero. E per questo meritava di aprire questa storia.


Davide Anelli — anelli.news | Il calcio senza sponsor
Se sei un presidente che ha scelto un’altra strada, scrivimi: sono curioso di conoscerti.

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